"Sul colle che gli antichi chiamarono Meta si adagia,
aperta e ridente, la cesarea ed inespugnabile città
Carleontina. Ad est ha in fondo il mare, i cui azzurri sembrano
confinare col cielo. A nord guarda l'Etna maestoso e minaccevole
ad un tempo, pieno di mirifiche attrattive, con appiè
Catania, baciata dal mare, e la immensa pianura, varia per
colture, che si slarga fino a Lentini ed all'Erculeo Lago,
il cui specchio d'acqua tranquilla è interrotto dalle
giuncaie e dalle minuscole barche dei pescatori. Ad ovest
ha di fronte l'estesa catena delle montagne, che in semicerchio
soprastanno a Scordia, Militello e Francofonte, sotto cui
magnifica e sontuosa mareggia, come in un'isola elisia negli
orti di Alcinoo, l'immensa fascia verdissima dei ricchi e
rigogliosi boschi di aranci, che formano una conca d'oro fino
a Lentini. Quadri questi grandiosi che, nell'incanto sovrano
del paesaggio opulente, rivelano il godimento del cuore umano
innanzi alle stupende scene della natura..."
Quale migliore pagina per gustare, ancor meglio, l'incantevole
panorama che si scorge dalla sommità del colle "Meta";
quale migliore pagina per accostarsi alla interessante, seppur
giovane, storia di Carlentini.
Quale migliore pagina per gustare, ancor meglio, l’incantevole
panorama che si scorge dalla sommità del colle Meta”; quale
migliore pagina per accostarsi all’interessante, seppur giovane,
storia di Carlentini. La fondazione della città, la
“Lentini
di Carlo“, si deve far risalire all’anno 1551 e va inquadrata
nel contesto di una operazione di strategia militare, cioè
di un più complessivo progetto di difesa dell’Isola dalle
incursioni barbaresche. Sulla Sicilia, infatti, imperversavano
le guerre tra Carlo V, re di Francia, e Solimano, imperatore
di Costantinopoli.
Il Viceré del tempo, Giovanni De Vega, succeduto al Gonzaga,
fu impegnato a completare la fortificazioni militare avviate
dal predecessore, avendo ricevuto per questi scopi dal Parlamento
la somma di centomila scudi. La città di Lentini, che nel
frattempo era stata distrutta dal
| Stemma
di Carlo V |
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terremoto del 1542, era in una posizione più a rischio per
le incessanti scorrerie dei Turchi ed il De Vega ritenne assolutamente
inopportuno procedere alla ristrutturazione delle fortezze
sui colle Tirone e scelse, senza indugi, il colle Meta, dove
avviò appunto la realizzazione di forti muraglie che fossero
luogo “
assai vantaggioso per riconcentramento di truppe
di rinforzo alle marine di Catania, di Augusta e di Siracusa”.
Carlentini, dunque, nasce come città-fortezza su progetto
dell’ingegnere militare Pietro di Prato. E’ il luglio del
1551 quando accade un fatto che spinge il De Vega ad accelerare
la realizzazione, iniziata appena qualche mese prima, delle
fortificazioni sul colle
Meta: il temibile Sinan Bassà,
al comando di 150 galee della flotta ottomana, durante la
notte assale la città di Augusta, saccheggia tutte le case
e mette in fuga gli abitanti. Era in altri termini, il chiaro
segnale che occorreva al più presto
“rendere i1 presidio
forte abbastanza da resistere agli assalti del nemico, impedire
l’escursioni all’interno dell’isola, ed in pari tempo mettere
i lentinesi alla portata d’un vicino e sicuro riparo”.
La lungimiranza del De Vega si manifesta nella necessità di
popolare quel sito che altrimenti, passato il pericolo delle
incursioni dei barbari, avrebbe finito con l’essere definitivamente
abbandonato. Perché Carleontina, cioè fondata da Carlo
con
privilegio di città e con epiteto d’inespugnabile, fosse
abitata, il De Vega fa larghe concessioni di suolo, di privilegi
e di esenzioni ai
“cittadini di Lentini come di qualsiasi
altra parte”: come descritto dal diploma datato in Messina,
31 agosto 1551. Nei primi anni della sua esistenza
la città di Carlentini fu abitata, quindi, da quanti volevano
beneficiare delle esenzioni e delle concessioni di suolo accordate
con il decreto del 31 agosto del 1551. Vi presero dimora,
allo stesso modo, numerosi operai provenienti dalle città
vicine, che furono impegnati nella costruzione delle fortificazioni.
La “fuga” dalle rispettive città verso Carlentini di quanti
erano soffocati dai debiti non poté che provocare la reazione
dei creditori che si lagnarono con il Viceré De Vega, il quale
con una lettera datata in Messina 12 dicembre 1551 diede conferma
dei privilegi. Il 12 dicembre del 1551 (ma la decisione finale,
a seguito del ricorso presentato dai lentinesi, è del 10 aprile
1553) la fiera che si svolgeva tradizionalmente nella piazza
di Lentini dal 15 al 30 del mese di aprile fu trasferita in
Carlentini, dove il fitto delle logge fu impiegato per la
costruzione della Chiesa Madre.
Solo nel 1559 Lentini riesce ad ottenere il ritorno nella
propria piazza della
Fiera di aprile, grazie soprattutto
al pagamento di 450 scudi per la costruzione della Chiesa
Madre, alla concessione del fitto di dodici logge per i medesimi
lavori ed alla realizzazione, sempre nei giorni della fiera,
di altri loggioni a vantaggio dei cittadini carlentinesi.
Sarà, nello stesso anno, il Viceré Giovanni della Cerda,
duca di Medinaceli, succeduto al De Vega, ad accogliere la
richiesta di istituire una fiera di bestiame, intitolata a
San Matteo, da “
piantare nello piano della Matrice Ecclesia”,
nel mese di settembre a partire dal 21 e per trenta giorni.
Diritti e privilegi delle piazzeforti demaniali vengono concessi
a Carlentini il 17 settembre del 1559 dal Viceré Giovanni
della Cerda che accorda, in pratica, alla città la vita amministrativa
autonoma benché senza territorio, che arrivera solo più tardi.
Nel 1561 la città viene distrutta da un terribile incendio.
Molti degli abitanti che avevano perduro le case nelle fiamme
minacciano di andare via, ma la Regia Corte è tempestiva nel
fare concessione gratuita di case e nell’assegnare duecento
onze per la prosecuzione dei lavori di costruzione della chiesa,
senza la quale i cadaveri avrebbero dovuto essere seppelliti
all’aperto. In realtà l’incendio, che provocò danni ingenti,
costituì occasione di riscatto e miglioramenti sociali.
E’il 15 ottobre del 1630 quando viene stipulato dal Viceré
Francesco Fernandez de la Cueva, duca di Alburquerque, l'atto
di vendita della città, acquistata per 12.425 onze da Nicolò
Placido Branciforte Lanza, conte di Raccuia e principe di
Leonforte, il quale si impegnò a completare le fortezze entro
dieci anni e prese possesso della città, pur senza mai recarsi
personalmente a Carlentini, senza incontrare alcuna resistenza
da parte degli abitanti. Il Branciforte inviò in città come
amministratore Orazio Strozzi che giunse accompagnato da 24
soldati a cavallo. Il regno, infatti, attraversava un momento
storico turbolento, segnato da una profonda crisi economica,
per far fronte alla quale Filippo IV di Spagna e III di Sicilia
aveva dovuto vendere città e fortezze ai Signori che offrivano
di più.
Appena tre anni dopo, nel 1633, il dottor Pietro Guastella,
che all'atto dell’acquisto della città era stato nominato
procuratore dallo stesso Branciforte, fu il primo a proporre
il riscatto con un memoriale presentato al Viceré Ferdinando
Afan de Ribera duca di Alcalà.
L'abile operazione politica riuscì, anche grazie al beneplacito
dello stesso Governo, il 27 gennaio del 1634 quando fu versato
lo stesso capitale di 12.425 onze da assegnare al Branciforte
per il riscatto delta città.
Fu Alfonzo I Longosserano a prendere possesso della città,
per conto del Re, con una solenne cerimonia che si svolse
il 16 febbraio del 1634, anno in cui “
erano in Carlentini
uomini ricchi, arrendati e si mantenevano con molto
decoro”.
E il 1693, l’anno del disastroso terremoto del 9 e 11 gennaio
che né
lo spatio di un miserere"
distrusse il
Val di Noto "anche Carlentini rovinò,
benché un po’ meno di Lentini". Furono abbattute
le chiese, l'orologio la casa di città, le carceri, le torri
e le abitazioni di quanti avevano dimora in città.
Il vicario generale per la ricostruzione, Giuseppe Lanza duca
di Camastra, relazionando al Viceré sui danni riportati dalle
città visitate, scriveva il 14 giugno 1693 che Carlentini
era stata
“toda arruinada".
Secondo il Pirro e altri storici i morti furono cento, per
il Privitera addirittura 1000. In realtà quanti persero la
vita sotto le macerie furono molti di meno: in tutto l’anno
1693 nei registri della parrocchia sono annotati 91 morti,
ma quelli a causa del terremoto appena 24. La città viene
ricostruita rispettando il preesistente impianto ortogonale
e nel 1714 conta 900 case e 3331 abitanti.
Solo il 15 gennaio del 1857
Carlentini ottenne, dopo
averlo reclamato a lungo, il proprio territorio che fu staccato
da quello di Lentini e che diede alla città di Carlo piena
indipendenza economica.